Cambiamento climatico, tensioni sui prezzi, concorrenza da parte di Paesi terzi e vincoli normativi: una tempesta perfetta da cui l’Italia necessita di uscire
La cerealicoltura italiana attraversa una delle fasi più critiche della sua storia recente.
Tra costi di produzione insostenibili, forte concorrenza sul piano internazionale, vincoli normativi sempre più stringenti e cambiamento climatico, i cerealicoltori italiani si trovano a operare in un contesto che mette a rischio la sopravvivenza di un settore fondamentale per la sicurezza alimentare del Paese, ma anche per salvaguardare la tracciabilità e il valore di prodotti importanti dell’agroalimentare Made in Italy.
A ciò si aggiunge un ulteriore elemento di fragilità della cerealicoltura italiana ovvero la ridotta dimensione media aziendale. Mentre in Francia, Germania o nei Paesi dell’Est europeo le aziende cerealicole gestiscono spesso diverse centinaia o migliaia di ettari, con costi medi per unità prodotta decisamente più ridotti, in Italia la maggior parte delle aziende opera su superfici inferiori ai 50 ettari.
Negli ultimi decenni, la superficie coltivata a cereali in Italia ha subito una contrazione significativa. Grano tenero, grano duro, mais, orzo e altri cereali minori hanno progressivamente perso terreno sia in termini di ettari coltivati che di redditività per i produttori, stando ai dati ISTAT, confermati dalle principali organizzazioni agricole come Confagricoltura e CIA.
La cerealicoltura italiana sconta ritardi storici in termini di meccanizzazione (pur essendo il parco macchine in fase di rinnovo, mediamente esso mostra ancora un’età elevata) e innovazione varietale (mancano varietà resistenti agli stress ambientali e in grado di reagire al cambiamento climatico mantenendo alte le rese), ma soprattutto si trova schiacciata tra costi di produzione crescenti e un’elevata volatilità dei prezzi sul mercato. I costi di produzione per tonnellata di cereale, in molte situazioni, superano il prezzo di ritiro praticato dalle industrie di trasformazione e dagli stoccatori.
Il risultato è un progressivo impoverimento del tessuto imprenditoriale cerealicolo, con la scomparsa di migliaia di piccole e medie aziende familiari che per generazioni hanno garantito produzione, presidio del territorio e tutela del paesaggio rurale italiano.
Quando si afferma che i prezzi dei cereali sono caratterizzati da forte volatilità si intende dire che le loro quotazioni sui mercati nazionali e internazionali subiscono variazioni repentine, ampie e imprevedibili in brevi periodi di tempo. Le cause della volatilità sono di varia natura, ovvero:
Tra le cause della crisi della cerealicoltura italiana, i costi di produzione occupano un posto di primo piano. Negli ultimi anni, in particolare a seguito delle tensioni geopolitiche globali, il costo dei principali fattori produttivi ha subito impennate drammatiche che hanno reso la coltivazione di cereali economicamente insostenibile per la maggior parte delle aziende italiane.
Il gasolio agricolo ha registrato aumenti percentuali a due cifre. Le sementi certificate, spesso sottoposte a royalty e canoni varietali, pesano sempre di più sul budget aziendale. Ma è soprattutto il costo dei fertilizzanti a preoccupare: il prezzo dell’urea e degli altri concimi azotati è letteralmente esploso, toccando in alcuni periodi valori triplicati rispetto al 2019. Per un cerealicoltore che deve gestire decine o centinaia di ettari, la voce “fertilizzanti” può incidere per il 30-40% dei costi variabili totali, rendendo di fatto impossibile mantenere i livelli di concimazione necessari per ottenere produzioni remunerative.
A questi costi si aggiungono quelli per l’acquisto dei fitofarmaci, anch’essi in aumento, e quello del noleggio delle macchine operatrici per chi non possiede un parco macchine proprio.
Oltre che con costi crescenti e difficoltà di mercato, i cerealicoltori italiani devono confrontarsi con un quadro normativo che limita significativamente la possibilità di concimazione. La Direttiva Nitrati (91/676/CEE) e le sue trasposizioni nazionali e regionali impongono limiti precisi alle quantità di azoto applicabili per ettaro nelle cosiddette Zone Vulnerabili ai Nitrati (ZVN), che in Italia coprono ampie porzioni del territorio agricolo produttivo, in particolare nella Pianura Padana.
In queste zone, il limite di 170 kg di azoto totale per ettaro e per anno rappresenta un tetto che, per molte varietà di grano e in condizioni pedoclimatiche specifiche, è inferiore al fabbisogno ottimale della coltura. La pianta si trova così strutturalmente in condizione di sottonutrizione azotata, con effetti diretti sulla produzione (calo delle rese) e sulla qualità del prodotto (riduzione del contenuto proteico, fondamentale per il grano duro destinato alla pastificazione).
Il paradosso è evidente: da un lato, le industrie molitorie e pastificatorie richiedono grani con contenuti proteici elevati (superiori al 12-13% sul secco per il grano duro); dall’altro, la normativa ambientale e i costi dei fertilizzanti impediscono di apportare l’azoto sufficiente a raggiungere questi standard qualitativi. Il risultato è che il grano duro italiano perde competitività qualitativa rispetto alle produzioni canadesi, ucraine e russe, che non devono sottostare a simili vincoli.
La cerealicoltura italiana deve misurarsi con la concorrenza da parte di Paesi che operano in condizioni strutturalmente più favorevoli. I principali Paesi esportatori di cereali – Canada, USA, Russia, Ucraina, Australia, Argentina – dispongono di superfici agricole vastissime, costi di produzione decisamente inferiori, minori vincoli ambientali e normativi, e spesso di politiche di sostegno al reddito agricolo più vantaggiose rispetto a quelle comunitarie.
Il grano canadese giunge nei porti italiani a prezzi estremamente competitivi, anche grazie ai costi del trasporto marittimo che, su scala globale, rimangono relativamente contenuti. Il grano ucraino, prima della guerra e persino durante, ha inondato i mercati europei, mettendo ulteriore pressione sui prezzi pagati ai produttori italiani. I dazi doganali europei, progressivamente erosi dagli accordi di libero scambio e dai corridoi di solidarietà aperti per l’Ucraina, non riescono a garantire un sufficiente grado di preferenza comunitaria per la produzione interna.
A questo si aggiunge il problema della tracciabilità e degli standard fitosanitari: molti cereali importati provengono da Paesi che ammettono l’uso di agrofarmaci che in Europa sono vietati, creando una concorrenza sleale a danno dei produttori che rispettano le norme più severe del Vecchio Continente.
Un aspetto spesso sottovalutato nel dibattito sulla crisi cerealicola è la natura intrinsecamente depauperante dei cereali come categoria colturale. I cereali, e il frumento in particolare, estraggono dal suolo quantità significative di macro e micronutrienti a ogni ciclo colturale. Senza un adeguato apporto di sostanza organica e di nutrienti, il suolo si degrada progressivamente in termini di struttura, attività biologica e capacità nutrizionale.
La mono-successione, pratica purtroppo ancora diffusa in molte aree italiane per ragioni economiche e logistiche, amplifica questo effetto depauperante. In assenza di rotazioni equilibrate, che includano leguminose, cover crop o colture da sovescio, il bilancio della sostanza organica nel suolo tende a diventare negativo anno dopo anno. Il risultato è un suolo sempre più degradato, con struttura compromessa, scarsa capacità di ritenzione idrica, ridotta attività della microflora e della microfauna, e minore capacità di mineralizzare l’azoto organico in forme assimilabili dalla pianta.
Questo circolo vizioso – suolo impoverito che produce meno, che genera meno residui organici, che impoverisce ulteriormente il suolo – è uno dei fattori strutturali più profondi della crisi cerealicola italiana e richiede approcci radicalmente diversi rispetto alla semplice integrazione di fertilizzanti chimici.
Il cambiamento climatico rappresenta ormai una delle variabili più critiche per la cerealicoltura italiana. Le tendenze in atto – aumento delle temperature medie, riduzione delle precipitazioni primaverili nelle regioni centro-meridionali, maggiore frequenza di eventi estremi come grandinate, siccità prolungate e ondate di calore tardive – colpiscono duramente colture che, come i cereali autunno-vernini, hanno fabbisogni idrici e termici molto precisi.
La siccità primaverile, in particolare, compromette le fasi più critiche dello sviluppo del frumento: dalla levata alla spigatura, fino alla formazione delle cariossidi. In queste fasi, la disponibilità idrica nel suolo è determinante non solo per le rese in quantità, ma anche per l’accumulo di proteine nella granella, con conseguenze negative sulla qualità tecnologica del prodotto. Le ondate di calore tardive, che sempre più spesso si verificano durante la maturazione del grano, accelerano il ciclo in modo anomalo, riducendo il tempo disponibile per l’accumulo di amido e proteine e provocando fenomeni di “cottura” della cariosside.
D’altra parte, le stagioni autunnali sempre più calde ritardano le semine o costringono a usare varietà più tardive, alterando i cicli colturali tradizionali. La maggiore frequenza di precipitazioni intense in autunno-inverno provoca ristagni idrici e crea condizioni favorevoli allo sviluppo di malattie fungine come la fusariosi, con implicazioni serie anche dal punto di vista della sicurezza alimentare per la presenza di micotossine nel raccolto.
Di fronte a una crisi così complessa e multidimensionale, non esistono soluzioni semplici né interventi singoli in grado di risolvere il problema. Ciò che serve è una strategia integrata che agisca su più livelli contemporaneamente: politico-normativo, agronomico, tecnologico e di filiera.
Proviamo a dare qualche spunto sui temi più squisitamente agronomici, senza alcuna pretesa di essere risolutivi.
L’innovazione varietale è uno degli strumenti più potenti per aumentare la competitività della cerealicoltura italiana. Varietà più produttive, con migliori profili qualitativi, maggiore tolleranza alla siccità e alle malattie, e con una migliore efficienza nell’uso dell’azoto (NUE – Nitrogen Use Efficiency) possono contribuire significativamente a ridurre la dipendenza dai fertilizzanti e a migliorare le rese anche in condizioni pedoclimatiche difficili.
Le TEA (Tecnologie di Evoluzione Assistita), recentemente al centro di una revisione normativa europea, aprono prospettive interessanti per accelerare il miglioramento varietale.
Altro aspetto su cui focalizzare l’attenzione è la gestione del suolo. In un contesto in cui concimare a sufficienza diventa difficile – sia per i costi elevati dei fertilizzanti che per i limiti normativi sull’azoto – e in cui i cereali continuano a depauperare il terreno ciclo dopo ciclo, il miglioramento della fertilità globale del suolo diventa una priorità assoluta (vedere paragrafo “Incrementare la fertilità del suolo in cerealicoltura”).
Ancora, in un contesto in cui la concimazione è limitata per ragioni sia economiche che normative, emerge con forza il ruolo dei biostimolanti e dei prodotti a base di microrganismi benefici per migliorare l’efficienza di utilizzo dei nutrienti da parte della pianta. Questi prodotti non forniscono nutrienti direttamente, ma agiscono sul metabolismo della pianta e sulla biologia del suolo per ottimizzare l’assorbimento e l’utilizzo delle risorse disponibili.
Infine, un notevole aiuto per i cerealicoltori nell’ottimizzazione dell’uso delle risorse arriva dalla tecnologia, tramite i tool di agricoltura di precisione e agricoltura digitale, oltre che delle applicazioni a rateo variabile.
Le pratiche colturali che agiscono in tal senso sono:
Una delle strade più efficaci per migliorare la redditività della cerealicoltura italiana è quella della valorizzazione del prodotto attraverso la costruzione di filiere corte e certificate. Il grano duro italiano di qualità, proveniente da aree vocate e coltivato con pratiche sostenibili, può spuntare premi di prezzo significativi rispetto alle quotazioni di borsa, purché esista un sistema di tracciabilità e certificazione credibile e riconosciuto dal consumatore finale.
Iniziative come i contratti di filiera tra produttori, industria molitoria e pastifici – con premi legati al raggiungimento di standard qualitativi minimi (contenuto proteico, peso specifico, assenza di micotossine) – sono già una realtà in alcune aree italiane e rappresentano un modello da estendere. Le certificazioni di produzione integrata, biologica o legate a specifici disciplinari di filiera possono contribuire a differenziare il prodotto italiano sul mercato, difendendo i margini degli agricoltori dalla concorrenza del prodotto low-cost importato.
Analogamente, la valorizzazione delle varietà antiche e locali di frumento può aprire nicchie di mercato ad alto valore aggiunto, attraendo consumatori attenti alla qualità, alla tradizione e alla sostenibilità. Questi mercati di nicchia non possono ovviamente assorbire l’intera produzione cerealicola italiana, ma rappresentano un’opportunità reale per molte aziende di piccola e media dimensione.
Sul fronte politico, è indispensabile che la PAC e le politiche nazionali sappiano tutelare la produzione cerealicola europea e italiana dalla concorrenza sleale dei Paesi terzi, valorizzino i servizi ecosistemici resi dagli agricoltori che adottano pratiche sostenibili e siano in grado di ammortizzare le crisi di reddito causate dall’eccessiva volatilità dei mercati.
Gli eco-schemi previsti dalla PAC 2023-2027 vanno nella direzione giusta, ma i pagamenti spesso non sono sufficienti a compensare i mancati redditi derivanti dall’adozione di pratiche più conservative. Una parte consistente del sostegno è vincolata all’adozione di pratiche sostenibili, come la rotazione colturale obbligatoria e la gestione delle aree non produttive (4% dei seminativi). Questo impone vincoli agronomici che aumentano i costi di gestione. E si prevede che anche la PAC post 2027 mantenga questo orientamento.
In sintesi
Gli effetti del cambiamento climatico, la competizione da parte di cereali di importazione, la volatilità dei prezzi e i costi di produzione estremamente elevati.
La domanda di nuove varietà in grado di adattarsi al cambiamento climatico, salvaguardando rese e qualità; la necessità di tenere conto del fatto che i cereali sono colture depauperanti; i limiti imposti alla fertilizzazione azotata dalla Direttiva Nitrati.
Il rafforzamento e la diffusione di contratti di filiera, così come le certificazioni in grado di valorizzare i prodotti di qualità superiore.
I pagamenti basati sull’applicazione degli eco-schemi spesso non sono sufficienti a compensare i mancati redditi derivanti dall’adozione di pratiche sostenibili.
Le nostre soluzioni integrate per l’agricoltura sostenibile.
*Campi obbligatori
Usare i prodotti fitosanitari con precauzione. Prima dell’uso leggere sempre l’etichetta e le informazioni sul prodotto.