La coltivazione dell’olivo nell’era dei cambiamenti climatici

Coltivato in molte regioni del nostro Paese, da Nord a Sud, l’olivo sta risentendo degli effetti dei cambiamenti climatici, nonostante la sua rusticità, con riflessi sulla sua fisiologia e sul comportamento di patogeni e parassiti che arrecano danno a questa coltura

Pianta di olivo

Da millenni, l’olivo è protagonista dei paesaggi di diverse regioni italiane da Nord a Sud, dall’entroterra alle zone costiere.

Anche questa coltura subisce gli effetti del cambiamento climatico? Purtroppo sì, nonostante si tratti di una specie molto rustica.

Singole piante monumentali, piccole parcelle coltivate in modo tradizionale, grandi appezzamenti in coltura intensiva: l’olivicoltura italiana è un puzzle in cui domina il verde, ma in cui i pezzi hanno dimensioni e forme molto variabili. Da questa pianta, potenzialmente molto longeva, si ricavano frutti – botanicamente parlando delle drupe – destinati sia al consumo tal quale, con conservazione sotto sale o in salamoia, sia alla frangitura per la produzione di olio, che nella sua versione più nobile è l’olio extravergine di oliva o Evo.

 

Olivicoltura, un settore in evoluzione

Negli ultimi decenni la coltivazione dell’olivo ha subito profonde trasformazioni, con l’affermazione di impianti intensivi e superintensivi, l’espansione del biologico e una crescente pressione di alcune avversità biotiche, aggravata dal cambiamento climatico. L’olivicoltura mantiene un peso specifico importante nell’ambito dell’agricoltura italiana, ma richiede oggi un approccio tecnico fortemente aggiornato su fisiologia, difesa e sostenibilità ambientale ed economica.

 

La Spagna è primo produttore di olio di oliva al mondo

Su scala mondiale, la superficie olivicola è stimata in circa 12 milioni di ettari, con la Spagna che da sola coltiva circa 2,7 milioni di ettari di oliveto, risultando il primo Paese produttore di olio d’oliva al mondo, nonché il Paese che – con circa 700.000 tonnellate di olio di oliva prodotte annualmente – contribuisce per il 60-65% alla produzione globale Ue.

L’Italia dispone di un patrimonio olivicolo di poco più di 1 milione di ettari e produce annualmente dalle 200.000 alle 300.000 tonnellate di olio di oliva (pari al 15% circa della produzione Ue), mentre Grecia, Turchia, Marocco, Tunisia e Portogallo rappresentano gli altri grandi poli produttivi del bacino del Mediterraneo, con la Grecia che, a seconda degli anni, si contende con l’Italia il secondo posto nella classifica dei Paesi principali produttori.

Il ruolo crescente di Paesi extra‑Ue (es. Turchia, Marocco, Argentina, Cile) nel panorama globale dei produttori di olio di oliva è associato all’adozione di modelli intensivi e superintensivi che incrementano la resa per ettaro e ridisegnano la geografia della produzione mondiale.

 

I tratti distintivi dell’olivicoltura italiana

Oliveto in Toscana a Scandicci

L’olivicoltura italiana è caratterizzata da un’elevatissima frammentazione aziendale, da impianti spesso collinari e da una forte biodiversità varietale, con centinaia di cultivar autoctone adattate a specifici terroir. La superficie nazionale coltivata a olivo vede una prevalenza nettissima di oliveti da olio rispetto a quelli da mensa, che occupano una quota minoritaria e fortemente concentrata in regioni meridionali.

La componente da mensa, pur quantitativamente inferiore, assume rilievo in termini di diversificazione aziendale e di valorizzazione di cultivar con caratteristiche specifiche di pezzatura, consistenza e contenuto in polifenoli.

La distribuzione territoriale vede la Puglia al primo posto con circa 352.000 ettari di oliveto, seguita da Calabria (circa 162.000 ettari) e Sicilia (circa 127.000 ettari); tra le regioni centro‑settentrionali spiccano Toscana (circa 75.000 ettari) e Lazio (circa 53.000 ettari). Questa struttura, fortemente legata a sistemi tradizionali collinari e a oliveti secolari – anche se, come spieghiamo nel paragrafo successivo, anche su questo fronte l’evoluzione è in atto – influenza scelte gestionali (potatura, irrigazione, meccanizzazione) e strategie di valorizzazione basate su DOP/IGP e oli di elevata qualità sensoriale.

 

Olivicoltura tradizionale, intensiva o superintensiva?

La distinzione tra olivicoltura tradizionale, intensiva e superintensiva si basa principalmente sulla densità d’impianto (che nella tradizionale si attesta attorno a 150-250 piante/ettaro, nell’intensiva attorno a 250-550 piante/ettaro e nella superintensiva può raggiungere 2000 piante/ettaro), sul grado di meccanizzazione (scarsa o quasi nulla nella tradizionale, prevalente nella superintensiva) e sulla gestione della chioma, oltre che sulla disposizione delle piante in campo. Tanto la coltivazione intensiva quanto quella superintensiva sono in crescita in Italia, con l’obiettivo di incrementare l’efficienza del sistema produttivo senza rinunciare alla qualità del prodotto.

Gli allevamenti superintensivi, tuttavia, sono competitivi solo in contesti con disponibilità idrica costante e terreni profondi. Parallelamente, si osserva che gli impianti tradizionali restano strategici per produzioni di eccellenza e per il presidio di aree marginali, ma risultano strutturalmente fragili sul piano dei costi se non supportati da adeguate politiche di valorizzazione.

 

L’olivicoltura biologica in Italia

Secondo ISMEA e SINAB, la superficie italiana a oliveto biologico (in crescita) ha raggiunto negli ultimi anni circa 280.000 ettari, pari a circa il 29% della superficie nazionale destinata a questa coltura. Puglia, Calabria e Sicilia concentrano oltre la metà di questa superficie, con la sola Puglia che ospita oltre 86.000 ettari di oliveto biologico.

L’olivicoltura biologica riveste un ruolo strategico sia per l’adesione agli obiettivi del Green Deal e del Farm to Fork (25% SAU in biologico), sia perché intercetta una domanda crescente di oli certificati ad alto valore salutistico.

 

Come il cambiamento climatico influisce sulla fisiologia dell’olivo

Come abbiamo trattato un oliveto in Toscana a Scandicci

L’olivo è una specie xerofila, ovvero in grado di vivere in ambienti caldo-aridi, ma i cambiamenti climatici in atto e gli scenari futuri in area mediterranea portano a prevedere pressioni crescenti sulla fisiologia della pianta. Temperature più elevate, ondate di calore e lunghi periodi siccitosi possono alterare la fenologia (anticipo fioritura, modifiche di allegagione), aumentare la senescenza fogliare e ridurre la capacità di compensare le perdite di chioma dovute a stress abiotici e biotici.

Stress idrici prolungati portano a riduzione della conduttanza stomatica, della fotosintesi netta e dell’accumulo di assimilati nei frutti, con possibili impatti su resa e qualità (contenuto in olio, profilo fenolico). Gli impianti intensivi e superintensivi, pur consentendo una gestione irrigua più precisa (es. irrigazione a goccia, deficit irriguo controllato), risultano molto più dipendenti dalla disponibilità idrica e da strategie di gestione del suolo (inerbimento, pacciamatura, aumento della sostanza organica) che migliorino la capacità di ritenzione dell’acqua.

 

Che legame c’è tra cambiamento climatico e avversità biotiche dell’olivo

L’olivo è interessato da un complesso di fitofagi e patogeni che interagiscono ovviamente con l’ambiente. I cambiamenti climatici, con l’aumento delle temperature medie negli areali di coltivazione, le ondate di calore, gli inverni miti e l’irregolarità delle precipitazioni, modificano il comportamento e la biologia di insetti e patogeni, la loro diffusione e i danni arrecati alla coltura. Vediamo come, portando alcuni esempi.

Vuoi ascoltare dalla viva voce di un tecnico come il cambiamento climatico stia influenzando l’olivicoltura italiana e in particolare quella di un piccolo areale olivicolo del Nord Italia come la Valpantena (Verona)?

Non perderti la puntata del nostro podcast Fatti di terra in cui i nostri Milena Crotti e Giovanni Piubello
ne parlano con Stefano Casali, della cooperativa agricola Cantine di Verona.

Mosca dell’olivo

Il Dittero Bactrocera oleae, o mosca dell’olivo, è il principale fitofago dell’olivo in area mediterranea; le femmine ovidepongono nelle drupe e le larve scavano gallerie che determinano cascola, riduzione della resa in olio e peggioramento qualitativo.

L’aumento delle temperature invernali può favorire la sopravvivenza degli adulti e di parte delle pupe, anticipando l’inizio delle generazioni primaverili, mentre estati estremamente calde e secche possono ridurne temporaneamente la vitalità, con effetti non lineari sull’andamento annuale delle popolazioni. Questo rende auspicabile l’adozione di sistemi di monitoraggio fitosanitario (trappole, campionamenti di drupe) e di modelli previsionali calibrati sulle nuove condizioni climatiche.

 

Tignola dell’olivo

Il Lepidottero Prays oleae, o tignola dell’olivo, presenta tre generazioni – fillofaga, antofaga e carpofaga – delle quali la carpofaga può compromettere significativamente allegagione. Inverni miti e primavere calde anticipano l’attività degli adulti e possono aumentare il numero di generazioni effettivamente dannose, mentre piogge intense in fioritura e allegagione possono interferire con la sopravvivenza di uova e larve.

 

Cocciniglia mezzo grano di pepe

Saissetia oleae è una cocciniglia che si nutre di linfa e produce melata, favorendo lo sviluppo di fumaggine e riducendo la capacità fotosintetica delle foglie. Temperature più miti invernali e primavere prolungate possono aumentare la sopravvivenza delle forme giovanili e la frequenza delle infestazioni, soprattutto in impianti irrigui e fittamente allevati.

 

Margaronia
Margaronia

Margaronia dell’olivo

Il Lepidottero Palpita unionalis attacca germogli e foglie giovani, causando deformazioni e riduzione della superficie fotosintetica; negli impianti giovani può determinare danni significativi alla struttura di allevamento. Aumenti termici e stagioni vegetative più lunghe possono estendere il periodo di attività e il numero di generazioni annuali, con le tardive che attaccano anche le drupe, richiedendo particolare attenzione nei nuovi impianti intensivi e superintensivi.

 

Occhio di pavone

Il fungo Spilocaea oleagina è l’agente dell’occhio di pavone, malattia fogliare favorita da condizioni umide e temperature miti, responsabile di filloptosi e di importanti cali produttivi. Inverni più caldi e stagioni piovose prolungate in autunno e primavera possono aumentare il numero di cicli infettivi e la durata dei periodi di rischio, spostando spesso le finestre ottimali di trattamento.

 

Rogna dell'olivo
Rogna dell’olivo

Rogna dell’olivo

Il batterio Pseudomonas savastanoi colpisce gli organi legnosi della pianta, più raramente i peduncoli fiorali e dei frutti, provocando tipiche galle tumorali. L’agente infettivo penetra nella pianta attraverso ferite di potatura, da grandine, gelo o danni meccanici e induce una proliferazione cellulare disordinata, con formazione di tubercoli suberosi che comprimono i vasi e ostacolano il flusso della linfa. Il cambiamento climatico, con inverni più miti e distribuzione anomala delle piogge negli areali mediterranei, sta creando finestre più favorevoli alla sopravvivenza epifitica del batterio e alla successiva penetrazione attraverso le ferite della pianta.

 

Sindrome del disseccamento rapido dell’olivo

Il batterio Xylella fastidiosa ha causato ingenti danni agli oliveti del Salento, con morte diffusa di piante e impatti paesaggistici e socio‑economici rilevanti. Il batterio colonizza lo xilema causando occlusione vascolare, stress idrico cronico e disseccamenti progressivi della chioma, particolarmente gravi in cultivar altamente suscettibili come Ogliarola di Lecce e Cellina di Nardò.

Le condizioni climatiche più calde possono favorire sia la diffusione del batterio, attraverso il suo vettore principale (Philaenus spumarius), sia la gravità dei sintomi in piante già stressate da siccità prolungata.

 

Si può parlare di resistenze alle avversità biotiche nell’olivo?

No, non è corretto parlare di vere e proprie resistenze, ma di forme di tolleranza nei confronti di alcune tra le avversità più temute. Ad esempio, le varietà Leccino, FS-17, Leccio del Corno e Lecciana® hanno mostrato di performare meglio di altre in presenza di Xylella fastidiosa, così come Caiazzana, Moraiolo, Nocellara del Belice e Ottobratica mostrano tolleranza ai danni da mosca dell’olivo.

 

Scopri come abbiamo supportato un oliveto in Toscana, a Scandicci:

In sintesi

    1. Quali sono i principali Paesi produttori di olio d’oliva?

      I principali produttori sono Spagna, Italia, Grecia, Turchia, Tunisia, Marocco e Portogallo, che insieme concentrano la maggior parte della superficie olivicola mondiale.

    2. Quanto è importante l’olivicoltura biologica in Italia?

      L’olivicoltura biologica copre circa il 28–29% della superficie olivetata italiana, con quasi 280.000 ettari e una forte concentrazione in Puglia, Calabria e Sicilia.

    3. In cosa differiscono olivicoltura tradizionale e intensiva?

      L’olivicoltura tradizionale ha bassa densità e scarsa meccanizzazione, con costi elevati; l’olivicoltura intensiva adotta densità maggiori, chiome contenute e raccolta meccanizzata, ottimizzando resa e costi.

    4. Su quali aspetti della fisiologia dell’olivo stanno incidendo i cambiamenti climatici?

      Temperature più elevate, ondate di calore e lunghi periodi siccitosi possono alterare la fenologia (anticipo fioritura, modifiche di allegagione), aumentare la senescenza fogliare e ridurre la capacità di compensare le perdite di chioma dovute a stress abiotici e biotici.

    5. Quali sono le principali avversità biotiche che colpiscono l’olivo?

      Tra gli insetti sono da citare la mosca e la tignola dell’olivo, nonché la cocciniglia mezzo grano di pepe e la margaronia. L’occhio di pavone è la più temuta malattia fungina, mentre tra le batteriosi sono degne di segnalazione la rogna e la sindrome del disseccamento rapido (Xylella).

    6. La fitopatologia dell’olivo è stata modificata dai cambiamenti climatici?

      Sì, i cambiamenti climatici, con l’aumento delle temperature medie negli areali di coltivazione, le ondate di calore, gli inverni miti e l’irregolarità delle precipitazioni, modificano il comportamento e la biologia di insetti e patogeni, la loro diffusione e i danni arrecati all’olivo.

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